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Teatro Massimo, il Macbeth di Verdi inaugura la stagione

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di Giovanni Messina

Macbeth, l’omicidio. Macbeth, l’ossessione. Macbeth, la colpa. Tinte fosche. Fiotti di sangue. Coltelli nella notte. Deliqui. Ed arie sublimi. Così, ieri sera, ha preso il via la nuova stagione operistica del Teatro Massimo di Palermo.

Dopo Wagner torna, grazie al cielo, Verdi. Con il suo Macbeth. E Palermo apprezza. E Palermo ringrazia. Teatro pieno. Sobrietà diffusa. Tanti stranieri. Attacca Verdi. Tema musicale di lady Macbeth. Presagio di ciò che sarà. Un lenzuolo di sangue si gonfia e si sgonfia animato dalla coreografia, il liquore magico nel pentolone del sabba. Notte di tregenda. Streghe. Ed ecco Macbeth, Giuseppe Altomare, e Banqo, Marko Mimica. Visi diversi della stessa morte. Carnefice e vittima. Vittime.

Il protagonista a cavallo di un destriero d’ossa. Gridato richiamo al trionfo della morte, a Palazzo Abatellis, Vaticinî. Potere e morte. Ossessione del potere. Principio della rovina. Un debole, Macbeth. Nato per la mediocrità. Ubriacato di ambizioni insperate. Combatte con se stesso, perdendo. Perdendosi sin dai primi passi. Una discesa agli inferi, la sua, tutta umana. Di carne e sangue, di fantasmi e tradimenti, di regicidî e solitudini. Per il potere. Per la vil corona.

Lady Macbeth. Lucida, luciferina. Regista incrollabile di sangue. Sacerdotessa implacabile del tempio del potere. Eccitatrice degli eccessi. Dominatrice assoluta della psiche del marito. Insonne. Instancabile. Inesauribile. Muore vegliando. Lontana dalla scena. Morendo perde il marito: una larva d’uomo che si slancia, patetico, contro le fronde della foresta che nascondono spade. Ultimo lampo prima della fine. Prima di comprendere tutto. Prima del silenzio della vanità. Prima del sepolcro di spade.

Il Macbeth rappresentato al Teatro Massimo, con la regia di Emma Dante, ha convinto. Il buio domina sulla scena. Una notte senza luna. Un notturno sinistro. Il canto del gufo. Pochi, poderosi, elementi scenici scandiscono il susseguirsi degli eventi. Enormi cancellate auree, irte di lance, dalla foggia di corone, ora liberano ora ingabbiano i personaggi e le loro menti.

Splendida la resa della celebre ultima scena di Lady Macbeth, interpretata dalla soprano Anna Pirozzi. Insonne, sonnambula, ossessionata dal sangue versato. “Una macchia, è qui tutt’ora”, mani che si sfregano compulsivamente, per lavare un’anima perduta. La scena si schiarisce. Sembra che tutte le stelle del cielo scendano nelle sale da notte della regina. Letti vuoti che scorrono. Insanguinati. La circondano. La accompagnano all’inferno.

Convince il cast. Oltre dieci minuti di applausi. Meritati. La Pirozzi ha padroneggiato la scena, esibendo le sue ottime capacità vocali. Mancava però un retrogusto diabolico nel suo canto, un graffio, un’ebbrezza.

Ottima la prova del coro e dell’orchestra del Teatro Massimo. Il Direttore, Gabriele Ferro, ha diretto con precisione interpretando alcuni passaggi rallentandone il ritmo enfatizzando il canto.

Emma Dante ha saputo leggere l’opera e renderne una visione originale. Non rinuncia a qualche leziosismo provocatorio ma crea una suggestiva alchimia sulla scena. Nero, oro e rosso sono i colori che dominano e che tornano e ritornano in alternanza studiata. Notevole, per impatto emotivo, la resa dell’ostensione del cadavere del re ucciso. Una scena della deposizione di Cristo. Un biancore che crea discontinuità cromatica ma che ben s’attaglia al rincorrersi tematico di morte e potere.

Questo e molto altro è stato il Macbeth di Verdi. Uno spettacolo impegnativo. Tutto da vivere.

Si replica fino al 29 gennaio.

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