News

“Quaderni di Archestrato Calcentero”. Il libro di Marco Blanco che svela l’evoluzione di alcune ricette siciliane, tra cui l’arancina

adeab072-8920-4f0d-9af1-191f5407d80f-193x300

Un lavoro di ricerca durato quattro anni, nei quali tra archivi, monasteri, conventi e non solo, il ricercatore modicano Marco Blanco, si è imbattuto per caso in alcuni libri d’esito dei conventi, in pratica testi in cui venivano annotati cibi, vivande, acquisti fatti. Di quì la curiosità che lo ha portato a pubblicare il libro: “I quaderni di Archestrato Calcentero – Divagazioni archeogastronomiche in terra di Sicilia”.

“A me piace mangiare, e chi mi conosce lo sa, ci dice l’autore, e mi piace anche ricostruire la storia e le storie. Non mi piace invece chi racconta le storie senza guardare la storia”. “Ecco perchè -continua- ci ho messo quattro anni per scrivere questo libro, proprio per non lasciare nulla al caso, ed essere correttamente informato”.

Dunque, come scritto nella stessa descrizione del libro, “Quaderni di Archestrato Calcentero” desiderano raccontare alcuni aspetti della cucina siciliana aristocratica e conventuale ma anche del gusto attraverso l’evoluzione di alcune celebri ricette presenti nelle cucine isolane sin dal XVII secolo.

Insomma un lavoro enorme da parte di Blanco, per tracciare un profilo “archeogastronomico” dove l’esuberante gusto siciliano va a braccetto con una metodologia di ricerca onesta e minuziosamente documentata.

“Ho perso il conto di tutte le fonti che ho consultato ci dice ancora l’autore, sono centinaia di libri di monasteri, libri d’esito, di introito, quaderni di vivande, pizzini, ricettari, libri di conti. Insomma, materiale di prima mano, in gran parte inedito, ed in alcuni casi anche complicato da ricostruire e da comprendere”. Basti pensare che soltanto i documenti riguardanti il monastero dei Benedettini di Catania, trovati nell’archivio storico della città etnea, comprendevano settecento, ottocento volumi solo per la parte riguardante i libri di conti. La cosa all’inizio mi scoraggiò , ma poi ho ristretto il campo e con pazienza ho terminato il mio lavoro”.

“Sempre nella parte riguardante il monastero dei Benedettini, sono stato attratto dai libri di vivande, ovvero dei quaderni dove i frati usavano annotare quello che mangiavano. Nel caso specifico, prosegue Blanco, la struttura del monastero era molto complessa, basti pensare che già all’epoca è come ci fosse stato una sorta di catering. Il luogo era molto importante ed i monaci usavano annotare con estrema precisione tutto quello che mangiavano, e questo ha permesso non di ricostruire tutta la storia del gusto dei Benedettini, anche perchè sarebbe troppo ambizioso ed anche un pò arrogante il pensare di poterlo fare, ma quantomeno di approfondire meglio alcune questioni”.

Tra queste anche quello riguardante la nostra amata arancina, o arancino. Marco Blanco ci spiega: ” La questione è complessa: per quanto riguarda il temine, e non la ricetta, si pensa (e non è nulla di assoluto) che si sia diffuso in Sicilia all’inizio dell’ottocento. Per quanto riguarda invece la ricetta, esistono così tante preparazioni sia dolci che salate, che possono essere comunque ricondotte alla stessa famiglia delle polpettine di riso con qualcosa dentro, fritta, e poi servita calda con quella forma.E quindi quì abbiamo avuto un pò di confusione a riguardo. Il ritrovamento di un paio di pizzini di pagamento del monastero di Catania, intanto ci consente di legare la ricetta salata dell’arancina/no all’inizio dell’ottocento, mentre si pensava che questo termine fosse presente soltanto nella seconda metà dell’ottocento. Questo fa guadagnare 50 anni, ed impone nuove considerazioni riguardanti la parte dolce di questa ricetta. Il Biundi, che fu un vocabolarista della seconda metà dell’ottocento, definisce l’arancina come una vivanda dolce, e quì ci si può sbizzarire quanto si vuole. Di fatto esiste una vera e propria famiglia di polpette dolci a forma d’arancia, che rimanda alla seconda metà del settecento, inizio ottocento.
Ad esempio in un ricettario di Vincenzo Corrado si parla di “bignè di riso” a forma d’arancia, fritti, passati nel pangrattato, e serviti con zucchero sparso sopra”.

Insomma dalle parole dell’autore, possiamo capire quanto sia facile generalizzare su un determinato piatto o cibo, e quanto invece sia difficile risalire alle origini dello stesso. Per questo motivo “Quaderni di Archestrato Calcentero”, è certamente un libro da leggere ,proprio perchè dietro ad alcuni aspetti della cucina siciliana, si cela una ricerca storica molto impegnativa, che attraverso non facili passaggi, giunge fino a noi ancora oggi, ma certamente in maniera più consapevole.

In alto