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Norma e le trame della vita. Trionfa la Devia al Massimo

norma, foto teatro massimo

di Giovanni Messina

Lunghi e convinti applausi, ieri, per la prima di Norma, di Vincenzo Bellini, al Teatro Massimo. Un successo garantito da un cast d’eccezione – Mariella Devia, John Osborn, Carmela Remigio -, da un allestimento straniante che ha saputo convincere, da un’ottima prova del coro e dell’orchestra, diretta dal Maestro Ferro.

Sinfonia d’esordio. Sipario chiuso.

S’apre.

Fili. I fili, le reti, i cavi, le corde sono la scenografia. Sono Norma. Parche inesorabili ed invisibili filano e recidono. Destini, giuramenti, amori. La carambola della vita, terribile, beffarda. L’ordito e la trama. Fili.

Un non luogo. L’albero sacro di Irminsul, un traliccio in una foresta metallica, quasi impenetrabile come guaina vischiosa. La luna stessa, quasi come una grande insegna rotonda ormai dismessa. Sulla sinistra rami secchi, grande conocchia per avvolgere la corda rossa di sangue, amore e morte che attraversa in diagonale tutta la scena.

Galli pronti all’armi ed Oroverso – Luca Titolo, un basso dalla voce potente – il druido. Attendono il kairòs per bere il sangue dei romani invasori.

Prima della guerra ci sono tuttavia gli uomini, e gli uomini vivono passioni più sconvolgenti dei conflitti.

Pollione, John Osborn, il generale invasore, confessa il proprio amore indicibile e proibito per una nuova sacerdotessa. Il suo cuore ha già abbandonato Norma. Sul palco è furtivo, felino, implacabile.

Ed ecco Norma, Mariella Devia.

Casta diva, l’invocazione dà il consueto brivido. Dolcissima. Sacerdotessa non casta, Norma. Umana dalla passione febbrile, dalla fragilità evidente. Veggente per il popolo, iniziata ai misteri più oscuri, orba verso se stessa, verso la sua vita. Ama. Per amore tradisce il suo popolo, i suoi dei, la sua patria.

Il suo equilibrio labile però si spezza al tradimento appalesato.

Il serrato confronto con Adalgisa è un ricamo di una personalità confusa. Giudizio, ira, rispecchiamento, gioia danzano con naturalezza fra le battute fino alla verità: Pollione amato e traditore. Tutto crolla.

Infanticidio paventato, la razionalità che continua a resistere. È il momento dell’ira, dell’ebbrezza punitiva, del sangue, dello sterminio. È il momento dell’eroismo, della dignità, del sacrificio. La corda rossa è recisa. Norma è Moira di se stessa.

L’autoaccusa. Son io. L’amore ritrovato. Le fiamme di morte.

Mariella Devia ha trionfato. Controllo perfetto della voce, agilità, grande presenza scenica. Seppur troppo debole su alcuni acuti, per il pubblico palermitano ha saputo rendere il dramma, trasferire pathos, emozionare. Della capacità scenica di John Osborn si è già detto. Il suo canto è preciso e fluido, la pronuncia non impeccabile. Splendida Adalgisa è stata Carmela Remigio. Precisa, potente, drammatica.

Applausi anche per i registi siciliani Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi che, attraverso l’allestimento realizzato in coproduzione con lo Sferisterio di Macerata – con scene di Federica Parolini, costumi di Daniela Cernigliaro e luci di Luigi Biondi -, hanno esaltato le sfumature psicologiche del libretto di Felice Romani.

Il resto ha fatto la musica di Bellini.

Si replica fino al 28 febbraio.

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