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Marino Fardelli e la dignità persa a Ciaculli. Lettera aperta del consigliere regionale familiare vittima di mafia

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Ogni mese di giugno e da ben cinquantaquattro anni, la mia famiglia commemora la nascita e la morte del Carabiniere Marino Fardelli, fratello di mio padre, quindi mio zio di cui porto il nome, che, solo ventenne, venne ucciso per mano della mafia. Un mese funesto questo, che ricorderemo ora anche per il “diritto a morire dignitosamente”. Nessuna dignità a Ciaculli invece per sette giovani carabinieri tra i quali appunto mio zio, saltati in aria e ridotti a brandelli il 30 giugno 1963 in quella che viene ricordata come la prima strage di mafia e che diede la sveglia alle Istituzioni che fino a quel momento avevano sostenuto l’inesistenza della mafia in Sicilia.

I giornali dell’epoca parlarono del delitto più grave dai tempi di Salvatore Giuliano. In centomila parteciparono ai funerali. La pressione sulle Istituzioni fu tale che una settimana dopo la strage furono avviati i lavori della prima “Commissione Parlamentare Antimafia” della storia repubblicana mentre le Forze dell’Ordine arrestarono duemila persone appartenenti a Cosa Nostra in una controffensiva storica che smobilitò le maggiori famiglie mafiose.
A cinquantaquattro anni, nessuna condanna diretta per la “Strage di Ciaculli”, (al processo di Catanzaro molti degli imputati, a nome dello Stato Italiano, furono assolti per insufficienza di prove o condannati a pene brevi), ma una certezza: la mafia ha ancora un capo che non si è mai pentito e il capo è Totò Riina.

Lo sapevano il giornalista Mauro De Mauro, Peppino Impastato, il capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, il magistrato Cesare Terranova, il Presidente Piersanti Mattarella, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, divenuti simbolo, loro malgrado, dell’attacco della mafia allo Stato, consci che la fedeltà ai propri ideali, mentre già provocava loro indicibili privazioni, li avrebbe portati a servire lo Stato fino a rischiare la morte, senza dignità, appunto. Uno Stato non può perdonare, né tantomeno dimenticare, figuriamoci noi mortali che ci affanniamo da giorni a dibattere sul caso della “morte dignitosa” che ci ha divisi, indignati, riscoperti garantisti o giudici impietosi.
Nulla di tutto questo. Ci siamo riscoperti semplicemente feriti, lacerati da una mafia che ha da sempre attentato a tutte le nostre certezze e, oggi, offesi.

Cosi come ci sentiamo offesi quando le Istituzioni insieme alle Associazioni organizzano iniziative volte a “non dimenticare” ma noi familiari insieme ai cari perduti per servire lo Stato, veniamo sempre dimenticati nell’essere invitati. Ma anche in questo esistono vittime di serie A e vittime di serie B. Totò Riina deve continuare a stare in carcere e soprattutto rimanere in regime di 41 bis. Il vecchio boss è ancora il capo e il carcere di massima sicurezza pur non essendo pari al suo indiscusso spessore criminale, è l’unico luogo nel quale già “dignitosamente” questo Stato gli garantisce vecchiaia e assistenza.

Familiare vittima di mafia

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