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Mancino in aula si autodifende. “Sono assolutamente estraneo ai fatti”

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“Confermando la mia assoluta estraneità ai fatti, resto fiducioso avanti a voi chiamati a giudicarmi”. Si concludono così le lunghe dichiarazioni spontanee rese dall’ex ministro dc Nicola Mancino al processo sulla trattativa Stato-mafia in cui è imputato di falsa testimonianza. Mancino è accusato di aver mentito nel corso di due confronti in aula davanti ai giudici che processavano per favoreggiamento l’ex capo del Ros Mario Mori, ora suo coimputato al dibattimento trattativa. In particolare a Mancino si contestano le discrepanze tra le sue dichiarazioni e quelle degli ex ministri Claudio Martelli e Vincenzo Scotti a proposito della condotta del Ros dopo le stragi del ’92, dei contatti dei carabinieri con l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino e della ricostruzione dei motivi che portarono alla sua nomina alla guida del Viminale al posto di Scotti.

Martelli, nel ’92 ministro della Giustizia, disse ai giudici di essersi lamentato con Mancino di irregolarità nelle condotte del Ros e di avergli detto che i carabinieri avevano avviato colloqui e incontri con Ciancimino. Mancino ha negato di aver mai parlato delle due circostanze con Martelli. Rispetto alle dichiarazioni di Scotti la divergenza riguarderebbe la ricostruzione della vicenda politica che portò i due ad avvicendarsi alla guida del Viminale. Secondo i pm Mancino sarebbe stato messo all’Interno al posto di Scotti in quanto più morbido verso la mafia. Versione sempre smentita dall’imputato che anche oggi ha ribadito di aver sempre sostenuto la lotta alla mafia con provvedimenti concreti, come quello sul carcere duro.

“Nicolò Amato, ex capo del Dap, era contrario al 41 bis: propose, infatti, con lettera indirizzata al ministro Conso la revoca o la non proroga alla scadenza” dice ancora Mancino. “Qualche anno dopo, letti i giornali, diventò un sostenitore del carcere duro – ha aggiunto – quando la parola e la mente, secondo la convenienza, si adeguano”. Amato, ha ricordato Mancino, dopo le stragi del ’92 non firmò nessun decreto di assegnazione di detenuti al carcere duro. Secondo la tesi dell’accusa, invece, Amato sarebbe stato cacciato dal Dap proprio per il suo rigore sul 41 bis che cozzava con la volontà dello Stato di ammorbidire la linea contro i clan dopo l’avvio della trattativa.

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