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Mafia ed impresa, convegno a Giurisprudenza per fare il punto sulla situazione della lotta alla mafia

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di Giovanni Messina

Si è svolto oggi pomeriggio, 16 febbraio, nell’Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Palermo, un prestigioso incontro, voluto dai Professori di diritto penale Fiandaca e Visconti, dal titolo “Contro le mafie: a che punto siamo?”.

Alla presenza del Ministro dell’Interno, Minniti, del Presidente dell’ANAC, Cantone, del Rettore dell’Università di Palermo, Micari, del Sindaco di Palermo, Orlando, e di svariate autorità civili e militari è stato siglato un protocollo di intesa fra l’Università e l’ANAC per l’avvio del V corso di Alta formazione in Amministrazione, gestione e destinazione delle aziende e dei beni confiscati.

Durante i lavori è stato poi presentato lo spin off dell’Università di Palermo “Compliance Lab”. Un progetto, unico in Italia, che vede l’Università porsi come Società di consulenza per la prevenzione del rischio di infiltrazioni mafiose o la ristrutturazione di aziende parzialmente intaccate da attività criminale. L’Università, forte della possibilità di attingere alle competenze più qualificate, è in grado di mettersi sul mercato, attraverso lo spin off, e di guidare sul sentiero della legalità anche le imprese più complesse.

Per il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, “l’utilizzo dei beni confiscati è di per sé un’azione di contrasto alle mafie, non si deve avere paura di disfarsi dei beni sottratti alle cosche che non sono realmente utili, di venderne qualcuno e utilizzarli sì in una logica sociale ma che sia anche di tipo economico. Credo sia una grande idea quella di affidare i beni alle cooperative come accaduto nella mia regione, per creare occasioni di lavoro. I beni confiscati devono essere un’occasione e non un’ulteriore ragione di spesa per le istituzioni”. Cantone ha poi giudicato “molto positive alcune indicazioni del codice antimafia su un nuovo cambiamento di mentalità nell’utilizzo dei beni confiscati – ha detto – spero in approvazione veloce ma ci son cose da correggere e mi auguro si faccia presto”. “Corruzione e mafia vanno a braccetto, la corruzione è un male serio, radicato, ma c’è un risveglio delle coscienze che è la prova della reazione. Bisogna mettere in campo tutti gli strumenti. Purtroppo dopo Tangentopoli abbiamo ritenuto che molti problemi fossero superati e invece non era così”.

Per il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, “oggi le mafie evitano di ricorrere alla violenza, tanto al centro-nord, quanto al centro-sud, anche perché è meglio ricorrere alla corruzione che non appare inaccettabile agli occhi della nostra società e non presuppone il ricorso alla violenza, quel ‘mondo di mezzo’ a cui ha fatto riferimento Carminati”. “La strategia dell’antimafia ha detto ancora Pignatone, deve essere quella di rompere la solidarietà e la convenienza di quel ‘mondo altro’ di allearsi con la mafia. Inoltre, va detto che al centro-nord non ci si può cullare dicendo che la mafia non esiste. La corruzione c’è sempre stata e la mafia vi ha sempre fatto ricorso. Il passo in avanti da fare oggi è ritenere che la corruzione non sia solo uno strumento per evitare la violenza ma, come ha detto la Cassazione, la forza intimidatoria del vincolo associativo può essere diretta tanto alla personale incolumità quanto a minacciare le essenziali condizioni esistenziali di determinate categorie economiche e soggetti”. Il procuratore Pignatone ha poi tracciato un profilo storico sull’evoluzione di cosa nostra, aggiungendo che “in Sicilia lo Stato ha saputo reagire alla sfida mortale lanciata dalla mafia, sebbene ci siano state inefficienze e ritardi”.

Ferma la posizione del ministro dell’Interno, Marco Minniti: “Le mafie votano e fanno votare, il punto forte della politica deve essere un rifiuto netto e forte dei voti della mafia. Una democrazia in cui il voto viene condizionato dalle organizzazioni criminali e mafiose è una democrazia che ha in sé un elemento di fragilità. La politica non può aspettare soltanto l’attività giudiziaria, il compito fondamentale deve essere quello di prevenire, non aspettare che sia la magistratura a risolvere i problemi”.

Le mafie, ha detto ancora Minniti, non possono essere considerate solo espressione di una parte del Paese, questa è un’idea antica, ampiamente superata. Le mafie sono un problema nazionale e internazionale. L’attività delle indagini ha rivelato che non ci sono territori vergini, gli unici territori impermeabili alle mafie sono quelli presidiati dalle istituzioni e dall’opinione pubblica”. Se dovessimo fare un bilancio dell’azione dello Stato contro le mafie dovremmo dire che è straordinario, perché sia Cosa nostra che le altre mafie hanno subito colpi inimmaginabili: l’elenco dei latitanti è drasticamente diminuito, esponenti di spicco sono al 41bis, l’attacco ai patrimoni, cuore economico delle organizzazioni mafiose, è stato messo a dura prova e abbiamo fatto dei passi in avanti sulla consapevolezza del fenomeno. Se dovessi dire, però, cosa manca e quale è il punto di fragilità direi che è l’incontro tra questa risposta e un radicato movimento popolare contro le mafie”.

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