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La Traviata. Storia d’amore. Storia di morte. Successo al Teatro Massimo

traviata foto rosellina garbo

di Giovanni Messina

Traviata è angelicazione. È vertigine. È catarsi. Incastonata in un allestimento che profumava di Belle Epoque palermitana, con mobili Ducrot, vetrate che sapevano di Villa Igiea, di Villa Malfitano, abiti à la Donna Franca Florio immortalata da Boldini, Traviata ha conquistato, con la sua terribile emozionalità, il Teatro Massimo.

Festa. Abiti da sera, paillettes. L’immancabile canapè. Marmo nero che riflette, distorcendole, le luci dei candelabri ed il chiarore delle colonne bronzee a stilemi Liberty. Parigi trasferita a Palermo, ma non importa il dove. Importa l’atmosfera.

Mondanità. Composta dissolutezza. “Non mi piaccion le gran dame, preferisco le mondane, perché ad essere sincere son le sole”, avrebbe scritto Guccini, a proposito, per descrivere le dinamiche sociali sulla scena.

Violetta. La dama delle camelie. Terrestre. Sensuale. Donna. Libera. La malattia fatale già in seno. Alla morte però oppone la vita. Ed è brindisi.

Alfredo, personaggio meno sfaccettato. Ama. Si dispera. Si ingelosisce. Un monolite. Appassionato, dolce. Vagamente disperato. Debole. “Un dì, felice, eterea, mi balenaste innante, e da quel dì tremante vissi d’ignoto amor”. Quattro versi. L’intera psicologia del personaggio. Fa breccia, tuttavia. Stravolge. Strania.

E poi è una corsa. Il sacrificio. L’umiliazione. L’addio del passato. La trascendenza. La malattia, l’amore negato, la sofferenza. La consapevolezza della fine, disperata. E la catarsi. La paura. L’illusione della ripresa. E poi la morte. La camelia che sfiorisce e cade. Violetta

La Traviata del Teatro Massimo, andata in scena in prima rappresentazione ieri sera, è stato uno spettacolo pulito. La regia di Pontiggia, ha restituito una rappresentazione abbastanza statica, piana. Splendidi i costumi di Francesco Zito. L’atmosfera emozionale si è esaltata grazie al profumo di scena, ideato in esclusiva dallo stilista Emanuel Ungaro e creato dal parfumeur Alberto Gorillas, che è stato zaffato in sala.

La Violetta di Jessica Nuccio ha convinto ma non esaltato. Una voce agile e potente forse manchevole di sfumatura drammatica. Delicatissima la resa del “Dite alla giovine”, con i pianissimo che, gonfiandosi diventano voce piena, disperata.

Ottima la prova di Renè Barbera, al debutto in Alfredo. Stentoreo, dal gran volume, sicuro. Trionfo per Leo Nucci. Una lezione di canto e di presenza scenica, il suo Germont. Lo abbiamo apprezzato pochi giorni addietro alla Scala nel medesimo ruolo. A Palermo si è esaltato.

Il coro del Teatro Massimo, dopo un’incertezza iniziale, è stato perfetto. Splendidi l’attacco e la precisione nel “Si ridesta in ciel l’aurora”. La direzione del Maestro Sagripanti, ha restituito una Traviata dalle sfumature intimistiche senza mai tralasciare una certa irruenza nei momenti drammaticamente pregevoli. La musica di Verdi, sublime, è stata la protagonista assoluta della serata.

Si replica, con cast differenti, fino al 26 marzo.

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